“Wenn aus der Ferne”
Se dalla lontananza

Abbiamo incontrato il pittore canturino Davide Frigerio che espone, dal 2 al 10 marzo, una personale delle opere 2018-2019 “Wenn aus der Ferne – Se dalla lontananza”, presso lo spazio espositivo “Corte san Rocco”, a Cantù. All’inaugurazione odierna, la talentuosissima violinista Sofia Manvati ha proposto al numeroso pubblico intervenuto brani meditativi di sua composizione.

Ciao Davide, ti va di svelare un po’ di te ai nostri lettori?
Sono nato a Cantù e, da molti anni, svolgo la professione di insegnante. Ho 53 anni e sono laureato in lettere antiche. Quindi, non ho alle spalle alcun percorso che abbia a che fare con l’arte, se non per passione da sempre, sin da quando ero un ragazzetto, o quasi. Arte che si è arricchita, durante gli anni dell’università, seguendo i corsi di disegno superiore tenuti dal prof. Collina e da Somaini di Fondazione Ratti. La passione è andata accrescendosi sino ad arrivare alla maturità delle mie opere che espongo oggi a Cantù, dopo un percorso di quasi un centinaio di mostre in tutta Italia.

Dove è possibile ammirare i tuoi quadri?
Non ho un circuito “alto”, per così dire, “nobile” di gallerie importanti. Tuttavia, appartengo a quel folto e nutrito numero di pittori che persistono pervicacemente e cercano di coltivare la propria arte. La passione fa miracoli e so di moltissime persone che, non appena hanno notizia di una mia mostra, percorrono anche centinaia di chilometri per giungere ad apprezzare questa mia passione e vederla trasfusa nei miei quadri.

Il tuo stile è davvero particolare. Ci sveli qualche segreto?
Da un po’ di anni a questa parte, scelgo formati molto grandi poiché mi piacciono tantissimo e sono più funzionali alla resa estetica dei soggetti che scelgo. Mi danno molte gratificazioni sia quando li dipingo, sia quando li vedo esposti.

Vedo che ti piacciono i volti giganteschi…
Già… I volti. Vedi, i quadri sono un po’ come le stagioni: un’idea, un pensiero, un’emozione. Alle volte rimango tanto tempo a meditare su come rendere al meglio tutto ciò. Alle volte, la mia intuizione fa dei giri amplissimi. Altre, invece, rimane nei meandri della mia mente per tanto tempo, prima di acquistare una parvenza di forma. A quel punto può diventare il soggetto di una installazione, oppure il tema di una esposizione. A proposito di volti, devo riconoscere che questo tema costituisce una delle mie ultime emersioni e tra le più recenti. Ne realizzerò altri, di certo, poiché la porzione della mia produzione che si vede esposta non è il mio punto di arrivo ma è una fase intermedia, per così dire. Da molto medito sul fatto che mi piacerebbe presentare una collezione di soli volti e di ritratti. Però non sono ancora pronto… sì, ci devo ancora lavorare e parecchio, direi!

Solitamente, ritrai persone che tu conosci?
I quadri che vedi raffigurano volti che solo parzialmente possono essere ricondotti a persone specifiche. Naturalmente, trasfigurate da due elementi: l’arte – quindi, l’aspetto pittorico dell’immagine – e la memoria, poiché sono volti che sono andato a ripescare in situazioni esistenziali che mi appartengono, del mio passato. Quindi, come i ricordi si sono deformati nella curvatura del tempo, così anche i volti si sono, a loro volta, deformati: non vogliono essere né una fotografia, né una cronaca. Sono, piuttosto, una sintesi anche di molte persone in un volto solo. Non so… lo sguardo, il gioco delle luci, il taglio del labbro.

Hai scelto uno strano titolo per una mostra di quadri.
Il titolo è un po’ particolare, è vero… “Wenn aus der Ferne”: riprende una frase del poeta Friedrich Hölderlin. La poesia è “Se dalla lontananza”, un componimento che ho scoperto casualmente in un libro di Antonio Tabucchi, “La testa perduta di Damasceno Monteiro”. In questa sua poesia ho trovato il fil rouge che collega i quadri che oggi espongo e che fanno riferimento al mio vissuto che, dal passato, ritorna e che acquista un significato nuovo, oggi, rispetto a quando si è manifestato anni ed anni or sono. Quindi, non sono solo ricordi ma piccoli e banalissimi frammenti di me. Ad esempio, “Il telefono in bachelite” non ha alcun valore simbolico o trascendentale: è solo un telefono, il mio telefono di quando ero ragazzo. Tant’è che sul quadro vi è riportato il mio numero di casa, quando non esistevano i cellulari. Idem per “Il distributore di gomme americane”: è solo un dispenser automatico. Ma per me rappresenta qualcosa di affettivo, collocato in un passato nebuloso che cerco di riportare alla consapevolezza della mia coscienza.

“Il ponte”, invece, cosa richiama di questo tuo passato?
È una “anomalia”. A differenza de “Il sottobosco”, l’altro quadro naturalistico, “Il ponte” rappresenta una prospettiva aperta ed è il simbolo più ovvio cui si possa pensare. Il ponte è questa mostra, poiché presenta un collegamento tra ciò che io fui un tempo, la persona che io oggi sono e quello che i quadri – nell’oggi – vanno a ripescare nel mio passato. Al di là, poi, dei significati reconditi, questo ponte, nello specifico, mi piace infinitamente, poiché è uno di quei ponti soggetti a demolizione. Si tratta del Ponte della Becca, a Pavia, uno di quei ponti – e ce ne sono numerosissimi sul corso del fiume Po – che hanno ormai raggiunto un numero di anni critico che li porterà ad essere demoliti, oppure a diventare inutili cimeli.

Entriamo maggiormente nel dettaglio tecnico dei tuoi quadri. Parliamo, ad esempio, dei colori.
Non avendo alle mie spalle lo studio presso una scuola d’arte, i colori e la tecnica divengono principalmente un esperimento. Uso colori ad olio, ma non disdegno i pigmenti naturali e le tempere. Non guardo, invece, con eccessiva simpatia all’acrilico, ma questo è un vezzo da vecchio pittore che è “nato” con i colori ad olio. Sul fondo di colore adoro passare ogni sorta di materiale: la grafite, i pastelli a cera, i gessi. Alle volte, sullo spessore di tempera, lavoro quasi a fresco, come volessi richiamare, appunto, l’antica pittura parietale. Molti quadri hanno persino vecchi giornali a mo’ di fondo. Acquisto su un sito giornali che risalgono anche a settant’anni fa. È un modo con il quale, implicitamente, ricordo a me stesso che andare a ritroso nel tempo equivale a sommare nella mente sia l’immagine del quadro che oggi vediamo, sia l’immagine che, nella parola del giornale, è narrata della vita quotidiana delle persone di anni fa. Adoro leggere le pubblicità di quei tempi. Una è spassosissima: reclamizza un monolocale in vendita nell’Empire State Building, oggi monumento nazionale ma, ai tempi, investimento immobiliare di lusso per pochissimi eletti milanesi, lettori del Corriere della Sera. E quella pagina di giornale sta ora in uno dei miei quadri. Ti invito a cercarlo…

Vedo che prediligi il rosso…
Utilizzo i colori che ho disponibili al momento. Non sono un pittore realista. Naturalmente, i colori hanno corrispondenza con ciò che il quadro rappresenta. Quindi, nei soggetti che raffigurano impianti industriali prevale il colore della ruggine, del ferro, del petrolio, del fango sporco. I volti, invece, si trasformano in un tessuto che ricorda le viole mammole. Per questo motivo, oltre al rosso, troviamo nuance blu o, addirittura, verde.

E di questo quadro, “Il sottobosco”, davanti al quale ci siamo accomodati, che ci racconti?
È un segno di rispetto per le persone che giungono a visitare la mostra. Pretendere di esibire, ad esempio, cinquanta quadri neri o grigi, tristissimi, oppure esibire un quadro che, in qualche modo, piace poiché è “tradizionale”, è solare, è gioioso vedo che gratifica le persone che, pur di raggiungere la mostra, si sobbarcano svariate decine di chilometri. Quindi, un po’ per motivi cromatici, un po’ per staccare da una narrazione che potrebbe essere troppo seriosa, inserisco sempre un quadro come “Il sottobosco”. Diciamo che è una “costante” che scelgo di esibire deliberatamente.

Hai ritratto anche le scarpe?
Sì. Le mie scarpe, che ritenevo perdute ma che sono state gelosamente custodite da un armadio e saltate fuori, improvvisamente, durante un trasloco. Sono scarpe da passeggio. Ma, nel quadro, cessano di essere mere calzature. Le ho collocate in uno spazio aperto, proprio per liberarle dallo scaffale che le aveva imprigionate. Le ho, quindi, dipinte come fossero collocate – anziché dietro la vetrina di un negozio – come una barca ribaltata sulla spiaggia.

Da ultimo, a quali nuovi lavori ti stai dedicando?
Di certo, dipingerò ancora volti. Dai volti non mi separo mai.

 

Wenn aus der FerneSe dalla lontananza

Spazio espositivo “Corte san Rocco”

via Matteotti, 39 – Cantù (Como)


dal 2 al 10 marzo 2019 (chiuso il lunedì). Ingresso libero
dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 17.00 alle 19.30.

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