Un turbante per la dignità

Nel cuore di una tiepida e assolata Milano, in una giornata agli inizi di febbraio, percorro Foro Buonaparte ed entro nel portone di un signorile palazzo milanese. L’ambiente per me è nuovo. Così, un po’ incerta e titubante, con l’invito in mano, mi inoltro in una corte.

Sto cercando lo “spazio Yoj”, l’atelier di Laura Strambi, una interessante designer milanese.

Varco una porta a vetri e subito mi sento immersa nel mondo di Laura.

L’atmosfera è elegante e un po’ concitata per la presenza in atelier di numerosi giornalisti, curiosi di conoscere tutte le sue novità.

Vengo accolta all’ingresso da una bella ragazza bionda che scopro più tardi essere la figlia di Laura.

Le pareti della location sono bianche e tappezzate di ritratti fotografici di affascinanti donne di oggi, che rendono grande il nostro Paese. Tra loro, noto subito il volto familiare della cantante Bianca Atzei.

Repentinamente, mi accorgo che tutte queste donne hanno qualcosa in comune: indossano un turbante.


Ecco che quindi mi spiego la prima parola presente sull’invito: “leturbanbio”.

Mentre rifletto, mi viene incontro una bella signora dal sorriso accogliente. E’ Laura Strambi.

Con calore, mi accompagna su per una scala di vetro nel suo universo fatto di capi sartoriali, disposti con ordine sugli stand, tutti bianchi.

Con gioia, ci raccontiamo dei nostri lavori, ritrovando argomenti comuni e familiari. Ma io sono rapita dal suo modo passionale di esporre il suo sentito progetto “leturbanbio”.

Un bellissimo lavoro, nato e sviluppato da una collaborazione con lo Stato africano del Benin dove questi turbanti sono stati realizzati, usando esclusivamente fibre naturali, quali il cotone, tessuti a mano con telai di legno.

Nel raccontare, Laura mi spiega che la storia del turbante in questione arriva dal passato, quando l’Africa era depredata dei suoi abitanti che venivano venduti come schiavi per le grandi piantagioni di cotone in America. Il Benin, più di tutti, ha pagato un enorme prezzo in vite umane, anche per la particolare bravura di questo popolo nel coltivare il cotone.

Questa storia mi ha incuriosita e, indagando, ho scoperto che le schiave nere erano obbligate ad indossare fazzoletti o turbanti per proteggere le loro fitte capigliature da pidocchi e sudore mentre lavoravano nei campi sotto il sole cocente. Con il tempo, esso è divenuto l’accessorio che designava il loro status di inferiorità.

Negli anni ‘60, finalmente, questo copricapo si è trasformato nell’espressione culturale delle donne afroamericane che hanno cominciato ad indossarlo con grande orgoglio.

L’obbiettivo del progetto di Laura è di sostenere, con azioni reali, le donne del Benin dando alla loro maestria il compito di produrre questi splendidi copricapi.

Producendo i turbanti e ricevendo compensi solidali, vengono aiutate a far emergere la propria dignità di donne imprenditrici che, con il proprio guadagno, possono sostentare la famiglia e ricoprire un posto importante all’interno della società.

Quelli realizzati da Laura sono di svariate tipologie. Alcuni hanno colori sgargianti, altri hanno eleganti disegni, impreziositi da ricami finemente eseguiti. Facili da indossare, i turbanti danno a tutte un’aria esotica ma estremamente attuale ed elegante.

Questo incontro con Laura mi ha regalato la gioia di aver visto cose meravigliose ma anche di aver conosciuto una persona dalla “creatività solidale”. Tutto ciò mi è piaciuto moltissimo.

Se vi ho minimamente incuriosito, vi invito a visitare la pagina instagram, dedicata interamente a questo progetto @bb_leturbanbio, oppure la pagina di Laura Strambi @laurastramb