Ricominciare da se stessi: la forza di Claudio Goglia

Spesso mi capita di raccontare grandi storie, storie di tutti i giorni, che ci appartengono e fanno parte della nostra quotidianità. Quella di oggi è una storia di vita da cui possiamo trarre un grande esempio di coraggio e perseveranza, una di quelle storie che difficilmente si vedono nei film o si raccontano nei libri, storie di vita vera.

Ho l’onore di avere qui con me oggi Claudio Goglia, mio caro amico, che ho insistito a voler intervistare per far conoscere anche a voi, cari lettori di Como for you. Con lui, parleremo delle sue vicissitudini legate al mondo del lavoro e della sua più importante scelta: intraprendere la carriera di lavoratore indipendente e aprire una propria attività come fisioterapista.

Ma, innanzitutto – ed è questo il motivo per cui vorrei che si conosca la sua storia –, parleremo degli ostacoli che Claudio ha affrontato negli ultimi anni e che lo hanno portato a prendere consapevolezza e sicurezza nei propri mezzi, dimostrando un’enorme voglia di mettersi in gioco. La storia di un ragazzo come noi che, pur di non arrendersi alla triste realtà che ci circonda, in questo momento di crisi, tenta la strada del successo grazie ad una competenza, affinata dall’impegno, dallo studio e dai suoi sacrifici, soprattutto economici.

Benvenuto Claudio! Vorrei cominciare con il chiederti dove è nata la tua passione per la fisioterapia?

Ho intrapreso un indirizzo scolastico molto diverso. Infatti, mi sono diplomato come grafico in un periodo in cui purtroppo le aziende di questo settore sono andate in crisi. Non volendo seguire un percorso universitario, ho iniziato ad allargare la mia ricerca orientandomi verso altre attività. Trovando poco o niente, ho seguito il consiglio dei miei genitori di specializzarmi nel settore che più aveva caratteristiche compatibili con la mia preparazione atletica (ho sempre fatto sport dal calcio, al nuoto, al basket). Così, dopo aver conseguito il brevetto di salvataggio in acque dolci e salate, sono riuscito a inserirmi in una piscina del territorio. Anche lì con un contratto precario perché, al momento in cui è stata privatizzata, sono state tagliate tutte le risorse più giovani. A quel punto, dopo esser passato da diverse esperienze artigianali con agenzie interinali, sempre brevi, ho avvertito il richiamo di una professione che ben coniugasse il mio amore per lo sport con l’aspetto sanitario.

Immagino tu abbia voluto approfondire la materia…

Visto che gli anni passavano, non ho tentato il test per la facoltà di fisioterapia in Italia, preferendo iscrivermi a una università privata a Chiasso. Eravamo molti studenti intorno ai 250. Molti di loro venivano da altre regioni ed alloggiavano in appartamenti. Ero entusiasta: ho dato, in due anni e mezzo, 25 esami con professori noti nel territorio comasco e provenienti dalla Sapienza di Roma. Ho regolarmente frequentato e completato le due esperienze di tirocinio a Como in strutture sanitarie. Stavo già pensando alla specializzazione dopo la laurea e avevo ritrovato la voglia di studiare una materia che mi piaceva davvero molto.

E poi c’è stata la bruttissima situazione che si è creata nell’università che stavi frequentando. Raccontaci cosa è successo.

Questioni legali hanno comportato la chiusura dell’università. Ciò ha comportato che non venissero riconosciuti gli esami. Non solo in Svizzera, ma neppure in Italia siamo riusciti ad ottenere qualcosa. Un sogno infranto, progetti in fumo, insieme al molto denaro speso dalle famiglie. Nulla si è potuto fare neppure a livello legale. Ricordo il servizio televisivo delle “Iene”; molti giornali e telegiornali si sono occupati del caso, ma il danno a noi come persone è stato enorme. I più giovani hanno trovato la forza di ricominciare da capo. I più grandi, come me, non se la sono sentita. Fisioterapisti a ¾: un bel colpo…

Cosa hai fatto per cercare di rimediare a tutti questi anni persi? Quali sono state le tue esperienze nel mondo del lavoro dopo quell’avvenimento?

Di certo non mi si poteva parlare di aprire di nuovo i libri. Così, mi sono proposto in uno stage per i villaggi turistici. Ma, nel momento in cui sono stato chiamato per volare a Tenerife, ho avuto una proposta di lavoro in una multinazionale della zona. Ovviamente, sul piatto della bilancia, da una parte pesava una bella esperienza tra persone della mia età in località stupende, ma stagionale, dall’altra la speranza di un posto più durevole. Ho imparato così un nuovo lavoro, con umiltà, completamente diverso dalle mie aspettative. Mi sono adattato ai turni di notte, fino a quando, con una bella dose di sfortuna, ma capita quotidianamente a moltissimi lavoratori, ho avuto un infortunio sul lavoro e l’ho anche perso. Ci sono voluti mesi per riprendermi, soprattutto psicologicamente. Ma, una volta guarito, mi sono rimesso in pista e ho lavorato, sempre con un contratto a tempo determinato, in un negozio di una grande catena. Contratti a tempo determinato che si risolvono sempre perché sei il più giovane, sei senza un carico familiare.

Viviamo in un momento di crisi: è un dato di fatto, soprattutto a livello economico. Qual è il tuo pensiero in merito alla disoccupazione in Italia? A tuo avviso, è davvero dovuta alla scarsità di posizioni a tempo indeterminato oppure, in parte è dovuta anche alla bassa capacità di adattamento delle persone?

Non tutti i lavori piacciono, non piacciono i turni. Ma sono convinto che ci siano molti giovani che hanno il senso di adattamento. Basterebbe dare loro la speranza di avere contratti duraturi, così da consentire loro di potersi creare un futuro e una famiglia. I contratti brevi a tempo convengono di sicuro alle aziende. Danno la sensazione di far muovere il mondo dell’occupazione, disorientano i giornalisti che credono che, per questa via, si stia combattendo la disoccupazione. Quello che creano invece è un disorientamento generale in chi cerca lavoro, in chi deve cominciare un percorso lavorativo e in chi lo cerca di nuovo di iniziare dopo aver perso il lavoro. La vicina Svizzera preferisce lavoratori che conoscano bene un mestiere. Così, idraulici, elettricisti, muratori trovano più facilmente, oppure i laureati con specializzazioni.

Così poi siamo arrivati alla tua grande scelta, la decisione di metterti in gioco e aprirti la partita IVA? Quali sono le motivazioni che ti hanno condotto a questa strada?

Credo che si possa ricominciare a sognare ad ogni età e che gli insuccessi producano un bagaglio di esperienza pratica, soprattutto la resistenza alle fasi negative della vita. Oggi si parla di resilienza: ecco, credo che questa capacità di ripartire con coraggio, lasciando alle spalle i frammenti di un evento negativo, calzi a pennello alla mia persona. Mi sono chiesto cosa riuscirei a fare meglio e con passione. Mi sono iscritto a corsi di massaggio e mi sono specializzato, arricchendo le mie conoscenze e la mia manualità. Ho scelto di fare questo salto, mettermi in proprio, aprendo la partita IVA, anche se sono consapevole che nella fase iniziale non sarà facile. Dovrò pagare le tasse quando ancora non avrò un numero elevato di clienti, ma credo di potercela fare. La tenacia c’è e, un po’ alla volta, riuscirò a farmi conoscere e ad avere una buona clientela. Ci si appoggia anche tra giovani: non sarebbe male associarsi, per aver più forza, senza prevalere l’uno sull’altro. Avere coraggio e il rispetto di sé stessi credo sia alla base di tutto.

Ora che hai trovato una posizione all’interno del mondo del lavoro, quali saranno i tuoi prossimi obbiettivi?

Mi piacerebbe avere una clientela fissa, che ha fiducia in me. Il benessere, la salute e l’estetica fanno parte di un settore rivolto alla persona. In questi anni questo settore ha avuto un incremento e penso che più un professionista si specializza, più fa esperienza, più riesce a crescere nella propria professione, imparando anche dagli altri. Io amo avere un rapporto con le persone perché anche loro contribuiscono a crescere.

Ultima domanda: cosa ti senti di dire a tutti coloro che, nella tua stessa posizione, vorrebbero aprire un’attività e mettersi in proprio? Quali sono i consigli che ti senti di dare a loro?

Dai cocci di un’esperienza negativa si può rinascere, sempre con la testa in alto, ripartire da capo, come mi ha insegnato chi davvero nutre amore per me. Occorre guardare avanti con coraggio e, anche quando si pensa di non potercela fare, tirare un grande sospiro ed andare avanti con le proprie forze, pensando che niente e nessuno possono fermarti. L’ambizione in un proprio futuro non può mancare: è la base da cui partire. Bisogna tirare avanti… Come per una barca a vela, le onde non sono sempre un ostacolo! Se le si guarda dal verso giusto, sono quelle che ti mandano avanti.

Ringrazio Claudio per essersi messo a disposizione per questa intervista, per aver donato a noi una testimonianza preziosa, quella di una scelta, presa con il cuore e con l’ambizione di voler fare la differenza, creandosi un’opportunità di lavoro e sorreggendosi con le sue sole forze.

Ammiro molto questa scelta di Claudio e, personalmente, lo appoggio per quanto ha dimostrato di saper fare, contando solo su se stesso. Che sia la scelta migliore per lui, solo il tempo potrà dirlo.

Qualunque sarà il riscontro che avrà da questa sua scelta di vita, sono sicuro che Claudio andrà lontano e in alto, perché è una persona volenterosa e ha il coraggio di dedicarsi quotidianamente al miglioramento di se stesso. Supererà qualsiasi ostacolo dovesse incontrare sulla propria strada. Tutto ciò deve essere da esempio per molti di noi che si trovano nella sua stessa situazione: non darsi mai per vinti.