L’agonia della nostra società

Vittorino Andreoli, nella sua opera “Homo stupidus stupidus”, denuncia con lucida analisi la china su cui la nostra società si è incamminata da diversi anni. La regressione valoriale e lo smarrimento del significato intimo della nostra esistenza sono, dunque, i temi caldi sui quali l’autore ci vuole indurre a riflettere, prima che le conquiste che hanno caratterizzato l’Occidente finiscano per divenire un pallido ricordo di quell’umanesimo che ha reso grande, insieme a noi, anche tutto il genere umano nell’ultimo mezzo millennio.

Purtroppo, l’homo sapiens sapiens si sta evolvendo, in fase regressiva, nell’homo stupidus stupidus, anche a motivo del fatto di aver delegato razionalità, affettività e persino etica alla macchina e, soprattutto, a quei tools digitali ed informatici, tra cui gli smartphone, di cui finanche i bambini, in tenera età, fanno uso.

Sicché, non è più la macchina un puro e semplice congegno trans-razionale o meta-cognitivo, agevolatore dei processi di apprendimento e di risoluzione di calcoli infiniti, partorito dalla ragione umana e da essa programmato e guidato, ma siamo noi stessi, gli esseri umani, ad essere divenuti niente più che una mera appendice della macchina.

Ne eravamo i creatori ed oggi siamo succubi creature della nostra stessa creazione: sospinti da congegni di cui ignoriamo il funzionamento e che dettano il nostro comportamento secondo logiche a noi sconosciute ma che possiedono il carattere della cogenza e dell’imperio. Al punto di parlare sia di intelligenza artificiale, di realtà aumentata, di connettività con frigoriferi e lavatrici (ma incapacità assoluta a relazionarsi con il dirimpettaio che vive accanto al nostro appartamento), sia di analfabetismo informatico. L’uomo che non è assistito dall’intelligenza artificiale risulta meno capace, “può meno” rispetto ai propri simili che si avvalgono dei più sofisticati strumenti informatici.

E quanti non hanno accesso alla conoscenza digitale, semplicemente, sono esclusi dalla comunità dei parlanti, come fossero i nuovi “scemi del villaggio globale”, i veri stupidi al cospetto di una società tanto sapiente da non conoscere più nulla al di fuori del proprio pezzettino, sempre più atomizzato, parcellizzato e disperso di sapere.

L’uomo, dunque, non è più lo stratega di se stesso e dei propri destini ma è ridotto ad un dito che immette input in una macchina. Egli non paventa più scenari futuri a partire dalle proprie conoscenze, dai propri valori e dai propri progetti ma attende che sia la macchina a fornire la risposta ad ogni interrogativo esistenziale. Così l’uomo diventa spettatore delle molteplici soluzioni che la macchina è in grado di trovare e, qualora non ne emerga alcuna di soddisfacente, ecco che scatta la depressione, la violenza, la distruttività, l’anomia e la regressione a stati pulsionali (che, per definizione, si oppongono alla dimensione razionale). Nella sua razionalità, l’uomo ha progettato la macchina e, di tutta risposta, nella sua logica irragionevole, la macchina lo ha ricambiato, riducendolo ad un essere irrazionale, connotato da due soli sentimenti: felicità se la macchina dà risposte soddisfacenti, frustrazione nel caso opposto.

Gli elementi premonitori della morte della nostra civiltà sono sotto gli occhi di tutti, condensati in tre comportamenti tanto diffusi da essere diventati “stili sociali”: la distruttività, la caduta dei princìpi primi alla base del vivere sociale e l’uomo senza misura.

Intorno a questi tre grandi temi Andreoli dipana la sua analisi, giungendo ad un’amara conclusione, che porta con sé l’ineluttabile arrendevolezza di una domanda retorica: perso il suo tratto caratteristico – la sapienza, appunto – che ne sarà dell’homo sapiens sapiens?  

Tuttavia, un barlume di speranza ancora sussiste e risiede proprio nel termine “stupidus”. Questa parola condivide con l’altro lemma latino, “stupor”, il fatto che anche nella stupidità – persino nella pazzia (non dimentichiamo che Vittorino Andreoli è un neuropsichiatra di lungo corso!) – possa annidarsi un quid di stupefacente e persino di salvifico.

Un margine per invertire la rotta – afferma Andreoli – ancora c’è. Per farlo occorre, però, riaffermare i princìpi che permettono il procedere della ragione, la bellezza della cooperazione contro l’esasperato individualismo, integrando sentimenti e ragione.

Il farmaco miracoloso che ripristinerà la razionalità nell’uomo moderno consiste nel ritornare alle origini profonde, alla causa prima che, circa centomila anni fa ha favorito la nostra evoluzione da “homo sapiens” in “homo” doppiamente “sapiens”: istituire relazioni reali che oggi, purtroppo, abbiamo sostituito con quelle virtuali, illudendoci che fossero capaci di includere il mondo intero nel nostro orizzonte interiore ma che hanno finito per escluderci dalla consapevolezza di noi stessi e, in ultima analisi, dalla nostra stessa esistenza razionale.

E così siamo divenuti, da un lato, uomini senza identità e, dall’altro, uomini senza misura, forgiando una società dove è l’eccesso a dominare, l’individualismo, il narcisismo, oppure, di converso, l’annullamento di se stessi e degli altri, la dispersione della propria identità.

Una società dove domina l’eccesso è destinata alla morte, l’uomo senza misura si autodistrugge, in quanto la sua fede è solo legata al denaro, al successo ed al potere.”

E’, dunque, urgente un cambio di prospettiva ed Andreoli ci aiuta a considerare su quali nuovi binari instradare il cammino di rinascita della nuova umanità e del nuovo umanesimo. Egli individua nell’uomo minimalista la risposta funzionale ed esistenziale, la chiave di volta e il giro di boa per la nostra evoluzione, così da recuperare non soltanto la nostra identità di “sapienti” ma diventare nuovi soggetti biologici, evoluti nell’uomo persino tre volte “sapiens”.

Così, nell’inversione delle logiche dell’economia rapace, nel recupero del vero piacere (funzione della mente, come spinta alla motivazione e all’impegno), una diversa, più rilassata ed assolutamente non frenetica percezione del tempo, un recupero della dimensione sociale – fatta di relazioni vere, mature, non ispirate al consumismo affettivo e all’analfabetismo relazionale –, la ricerca della verità dentro alle cose, senza attendere che siano le macchine a spiegarci tutto, la contemplazione e la fruizione della natura e dell’ambiente, il recupero della dimensione del sacro (che porta con sé anche la riscoperta dell’etica) sono, insieme, sia gli obiettivi ontologici, sia le vie maestre da percorrere per la rinascita della nostra umanità e, in definitiva, della nostra civiltà.

Abbandonare i sorrisi di circostanza, i regali dovuti per obbligo e non per gratitudine, l’efficientismo sfrenato e disorientato dell’homo faber, l’ottenimento di risultati sempre più ambiziosi e che vanno oltre le nostre forze. Questo è il segreto per recuperare alla nuova umanità la nostra civiltà agonizzante.

Andreoli sintetizza, per certi aspetti, dunque, il sogno e l’obiettivo incarnati nel suo nuovo umanesimo minimalista e assolutamente non destituito di una inusitata potenza (ri)creatrice: “Amare, senza l’obbligo di dover amare, librarsi nell’aria, senza dover necessariamente andare in alcun luogo“.

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