Benvenuti a Neverland

Oggi incontriamo Khrystyna Gryshko, giovane autrice comasca, dalla penna feconda e dall’anima cristallina. In questa intervista, ci introdurrà alla conoscenza dei suoi libri e alla comprensione dei temi che, in essi, affronta.

Chi è, in realtà, la misteriosa Khrystyna Gryshko?
Sono nata nel 1992 in Ucraina e sono venuta con la mia famiglia a Como quando avevo tredici anni. Completati gli studi al Caio Plinio, mi sono laureata all’Università Bocconi di Milano. Ora lavoro in banca. La mia passione, da sempre, è la scrittura e quindi, nel tempo libero, mi butto a capofitto nella redazione dei miei romanzi e delle mie poesie.

Parlaci, ora, dei tuoi scritti.
Il primo libro che ho dato alle stampe è “Benvenuti a Neverland”. La mia seconda fatica è “Erea”, una fiaba per bambini e ragazzi. L’ultimo è, invece, un’opera un po’ provocatoria, “Io mi bacio da sola”, una raccolta di poesie.

In un minuto, riesci a farci un riassunto di “Benvenuti a Neverland”?
Parla, in particolare, di malattie mentali. La voce narrante appartiene ad un giovane disoccupato e poiché non trova lavoro, viene spedito dalla madre a lavorare a Neverland, un ospizio per malati di mente. La protagonista vera, tuttavia, è una donna, una studentessa in stage a Neverland. Ma non vorrei rivelare troppo a riguardo della trama…

Qual è il travaglio psicologico dei protagonisti?
La protagonista deve scrivere la tesi di laurea e si trova a Neverland proprio per condurre un’analisi accademica, a conclusione del proprio percorso di studi. All’inizio, si approccia ai malati di mente con aria molto distaccata e di sufficienza, come corazza al proprio timore nel conoscere, di prima mano (e non più soltanto sui libri), il mondo del disturbo psichico e della malattia mentale. Quindi, si dà alla fuga e lascia l’ospizio. Non tarda a pentirsi di questa scelta e fa, dunque, ritorno. Il suo tratto psicologico – che, a ben considerare, è anche il suo più grande difetto – è di mantenersi eccessivamente distaccata, in preda alla propria ultra-razionalità. Infatti, a mio avviso, la pazzia non consiste solo nel compiere gesti irrazionali quanto, piuttosto, a dedicarsi ad azioni eccessivamente razionali.

Quindi, la pazzia non è concentrata solo in un’isola, come Neverland, ma è diffusa in tutta la nostra società. Ho compreso bene quello che vuoi dire?
In parte, sì. C’è, ad esempio, un personaggio (di cui non faccio il nome) che impazzisce per aver vinto una grossa somma alla lotteria ed essere stato derubato da un suo amico che ha dilapidato tutto il patrimonio in un traffico di droga. Lo shock che lo fa impazzire lo condurrà, infine, al manicomio. Lui continua a proclamarsi ricco, ma nessuno gli crede poiché, a Neverland, sono tutti pazzi e anche la notizia della sua vincita suona come l’ennesima dimostrazione della sua malattia mentale.

La pagina più commovente di “Benvenuti a Neverland”?
Mi piace ricordare il fatto che riguarda una donna di mezza età che si mette a scavare con le mani il terreno, alla forsennata ricerca di una traccia di vita, nascosta lì sotto. E’ ossessionata dalle malattie ed è affascinata nel constatare come nella natura tutto si rigeneri. Vede l’erba che sta crescendo ma, disarmata, prende atto che in lei nulla cambierà, nulla guarirà, rigenerandosi a nuova vita. Un’altra vicenda, sempre commovente, riguarda una ragazza innamorata di un militare, morto in guerra. Presa dal dolore, si taglia i capelli a zero, proprio come un soldato, e dichiara di andare alla guerra. Ma non sa contro quale nemico combattere. Ma non ha importanza: a lei interessa incarnare in sé il soldato di cui si era invaghita e che non potrà mai più tornare. In qualche modo, lo richiama dalla morte, trasformandosi in lui.

Quale è il messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori con “Benvenuti a Neverland”?
Non voglio impartire insegnamenti a nessuno. Umilmente, vorrei semplicemente che ogni lettore si interrogasse su cosa sia realmente la felicità.

C’è un fatto della tua vita che ti ha ispirato nella redazione di questo romanzo?
Fin da bambina, ho avuto esperienza diretta della malattia mentale, poiché in Ucraina avevo un lontano parente la cui moglie soffriva di turbe psichica. A lei, in particolare, mi sono ispirata, soprattutto quando l’ho vista mangiare mele marcescenti. Questo fatto mi ha addolorato poiché mi sono immedesimata in lei, incapace di distinguere, per colpa della malattia, le cose buone da quelle nocive. Inoltre, nel condominio dove abito attualmente, una cooperativa sociale concede in affitto alcuni appartamenti a persone affette da disagio mentale e, pertanto, spesso entro in contatto con – meglio, direi: mi piace andare a conoscere – persone un po’ speciali. Tra queste, ce n’è una alla quale i servizi sociali hanno tolto i figli. Di ciò ha sofferto molto. Quindi, questo fatto mi ha indotto a voler approfondire, con lo studio di saggi psicanalitici, la conoscenza della malattia mentale, per poter toccare con mano ciò di cui avrei scritto.

Il tuo romanzo ti è stato di aiuto? Cosa ti ha insegnato? Non so… Ha sanato qualche tua ferita? Spesso, si scrive agli altri per suggerire alla nostra anima.
Ad esempio, ha curato il mio eccesso di razionalità che usavo come corazza dal pregiudizio che sentivo giungermi dai miei coetanei, quando frequentavo la scuola, per il fatto di essere straniera. Ero molto empatica e, per questo motivo, temevo avrei sofferto molto se avessi lasciato scoperto questo aspetto del mio carattere. Così, avevo finito per racchiuderlo in un guscio esterno di freddezza, ammantato di un eccesso di razionalità. Lasciata cadere questa corazza, finalmente, mi sono aperta agli altri e mi sono dimostrata interessata a conoscere veramente le loro vite. Prima infatti, mi chiudevo in casa a leggere molti libri. Ora libri non ne voglio più leggere ma ne voglio scrivere moltissimi. Voglio incontrare persone, perché sono certa sapranno arricchire la mia interiorità, quando scriverò nuove storie.

E quale ferita vorresti curare nel cuore dei tuoi lettori?
Io non ho alcuna pretesa di curare alcuna ferita. Con i miei libri io voglio, in parte, intrattenere con belle storie (ad esempio con “Erea”), in parte favorire una riflessione ed un pensiero profondo (è il caso di “Benvenuti a Neverland”). Alla fine di ogni mio libro c’è sempre una sorpresa ma non una vera e propria morale come nelle fiabe di stile classico. Forse un messaggio c’è: le donne sono forti!

Cosa intendi per forza delle donne?
Non saprei… Forse, un po’ mi ispiro a me stessa. Prepotente? No, diciamo determinata, risoluta. Corazzata, insomma! La scrittura mi ha dato le armi giuste per difendermi. Soprattutto mi ha insegnato a non odiare i ragazzi che, quando ero adolescente, mi discriminavano per le mie origini straniere. Alla fine, a scuola, sono arrivata persino a passare loro i compiti!

Tu sei passata da una struttura grammaticale russa alla scrittura in italiano che, a detta di molti, è tra le lingue più difficili al mondo. Come sei riuscita in maniera tanto mirabile?
Io parlo anche russo, ma soprattutto la mia mia lingua madre, l’ucraino. E’ stata una bella impresa scrivere i miei libri direttamente in italiano. Di tanto in tanto, mi dimentico gli articoli perché nella mia lingua non esistono. Ad esempio, ho scritto “Erea” all’età di sedici anni, quando parlavo l’italiano solo da tre anni. Ultimamente, ho ripreso in mano questo mio libro e, ti dico la verità, qualche errore ancora è saltato fuori… Vorrei rassicurare i lettori: adesso è perfetto!

Voglio essere un po’ impertinente. Chi ti sostiene e chi, invece, ti ostacola nella tua passione di scrittrice?
Diciamo che mi sostengo da sola. Con questo, non voglio apparire arrogante. Però, sono molto determinata nel mio lavoro e non cerco approvazione nelle persone che mi circondano. So che apprezzano il mio lavoro. Ma trovo in me stessa le risorse e le motivazioni per continuare la mia opera e coltivare la mia passione.

Il tuo prossimo lavoro editoriale? Vuoi dare ai nostri lettori qualche anticipazione?
Il mio prossimo libro ancora non l’ho progettato. Per il momento, preferisco concentrarmi nella diffusione dei tre libri sinora pubblicati. Tuttavia, continuo a scrivere poesie e forse – ma non a breve – il mio nuovo libro sarà una raccolta poetica. Non smetto mai di scrivere poesie. E’ come una dipendenza psicologica che alimenta la mia anima. Nonostante la poesia sia un genere letterario molto di nicchia e le case editrici esplicitamente avvisino gli scrittori di non inviare manoscritti poetici, in quanto non verranno pubblicati. Aver trovato un editore che, al contrario degli altri ha accettato di pubblicare “Io mi bacio da sola” mi ha piacevolmente sorpreso.

E quali sono i temi che affronti più facilmente nelle tue opere?
Un tempo, scrivevo sia poesie che brani a contenuto sociologico. Era una forma di protesta contro il sistema, contro la droga, i pregiudizi sociali e l’emarginazione delle persone. Ora, con un certo grado di maturità stilistica, affronto temi più legati all’amore, al sentimento, alla delusione.

In parte, “Benvenuti a Nerverland” va a riprendere questa poetica…
Neverland parla di marginalità sociale, ma anche d’amore. E’ un condensato stilistico della mia maturazione come persona e come scrittrice. Ad esempio, della protagonista si conosce poco: della sua famiglia, dei suoi amici, della sua vita precedente all’ingresso in manicomio. E’ come non esistesse fuori dalla clinica psichiatrica, nascosta agli occhi di chiunque e dimenticata dal mondo. Quasi la sua identità possa rivelarsi solo nella sua malattia mentale, in un universo parallelo costruito dalla sua mente, un mondo che, finalmente, la riconosca come persona vivente, capace di amare e dotata di proprio valore intrinseco.
Anche Neverland è un libro di denuncia. Soprattutto nei riguardi di certe strutture psichiatriche che ho visitato prima di scrivere. In alcune di esse esiste una preoccupante e pericolosa promiscuità tra i ricoverati, spesso lasciati soli, in balia di potenziali aggressioni e violenze da parte di altri ospiti psicopatici o schizofrenici, incapaci, per il loro disturbo, di comprendere appieno il male che potrebbero arrecare alle pazienti, rese inermi dai farmaci e da potenti sedativi.

Preoccupante, ma molto illuminante quanto denunci nel tuo romanzo… Come ultima domanda, vorrei chiederti perché consiglieresti la lettura di “Benvenuti a Neverland”?
Con una shoccante sorpresa finale, i temi in gioco sono moltissimi, spesso dispersi qua e là, come la malattia mentale disperde l’identità delle persone che ne sono affette. Tuttavia, è un’opera che aiuta a riflettere. Proprio a partire da questo aspetto, il mio libro può aiutare ciascuno a riscoprire la propria identità e non solo quella dei protagonisti ricoverati a Neverland.

In sintesi, in un mondo in cui le identità singole sfumano nelle nebbie della malattia mentale, in realtà, il lettore, addentrandosi nella conoscenza di questi personaggi, ritrova anche se stesso.
E’ proprio così. Nelle allucinazioni della malattia, presentate in forma romanzata, ciascuno di noi potrà trovare il bandolo della matassa della propria vita, quando sembra che ogni cosa abbia perso lucidità, significato e ragione.

 

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